Napoli, altro che pizza e mandolino

Lo stile napoletano

Lo stilista napoletano Mariano Rubinacci

Lo stile di vita napoletano

Non esiste luogo più teatrale di Napoli, una città in cui gli eventi di ogni giorno diventano piccole sceneggiate e gli ingorghi stradali danno vita a concerti di clacson improvvisati. I napoletani in genere amano esternare le loro emozioni, per cui le vie e le piazze diventano il palcoscenico in cui vengono rappresentati i drammi quotidiani. Di fatto, in nessun’altra città italiana la gente è tanto consapevole del proprio ruolo nel teatro dell’esistenza né tanto sua appassionata interprete.

Lingua e identità a Napoli

I napoletani hanno un fortissimo senso della propria identità, fatto che si traduce anche sul piano linguistico nell’uso del dialetto. Seppur non riconosciuto dal governo italiano come lingua minoritaria, il napoletano è considerato dall’UNESCO uno degli idiomi del mondo in pericolo. Influenzato da secoli di dominazione straniera (soltanto dallo spagnolo si contano 400 parole prese a prestito), si distingue per un vocabolario, una grammatica, un’ortografia e una pronuncia propri. Lingua ufficiale del Regno di Napoli tra il 1442 e il 1458, il napoletano è la parlata comune nelle strade della città e ha avuto innumerevoli trasposizioni scritte, sia in letteratura sia in musica, dalla trecentesca Epistola napoletana di Giovanni Boccaccio fino ai testi contaminati dal rock del compianto Pino Daniele. Anche Sophia Loren si lascia scappare qualche battuta in napoletano in classici come L’oro di Napoli (1954) e Matrimonio all’italiana (1964).

Come ha dichiarato scherzosamente una volta l’attrice: “Non sono italiana, sono napoletana! È un’altra cosa“. I napoletani sono consapevoli del fatto che molti degli stereotipi che gli stranieri usano per identificare gli italiani – definendoli chiassosi, teatrali, amanti del cibo, passionali e orgogliosi – si riferiscono soprattutto a loro, e spesso se ne compiacciono. Tutti hanno un’opinione da esprimere, una battuta da dire o un sospiro da fare. Uno dei passatempi preferiti è farsi gli affari degli altri. I napoletani ci scherzano sopra: se qualcuno svenisse per strada, dicono, un napoletano vorrebbe in primo luogo conoscere tutti i dettagli succosi e soltanto dopo penserebbe a chiamare un’ambulanza. In una città con una densità di 8566 abitanti per kmq (45 volte superiore alla media nazionale), tanta curiosità è comprensibile. I napoletani sono molto più complessi dei cliché che li vogliono persone spigliate e scaltre, maestre nell’arte dell’arrangiarsi.

La loro, in fondo, è una città di palazzi aristocratici e collezioni d’arte, con un teatro dell’opera di fama internazionale e una delle università più antiche d’Europa. Napoli, certo, ha dato i natali alla pizza e a Pulcinella, ma anche al compositore Alessandro Scarlatti, al commediografo e musicista Roberto De Simone e all’artista contemporaneo Francesco Clemente. Per l’élite mondiale della moda, tradizione napoletana significa meticolosa sartorialità e inimitabile eleganza maschile. Il capoluogo campano è la patria degli abiti cuciti a mano, delle esclusive cravatte di Eugenio Marinella e degli ombrelli artigianali di Mario Talarico. Questo aspetto spesso dimenticato della città è stato resto magistralmente da Gianluca Migliarotti nel film E poi c’è Napoli, ritratto di una metropoli erudita ed elegante. Come tengono sempre a sottolineare gli abitanti del posto, Napoli è molto più di pizza e mandolino.

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