Arriva Starshot: Mark Zuckerberg punta alle stelle

Una flotta di minisonde spinte da grandi vele: potrebbe essere il modo migliore per arrivare ad Alfa Centauri, la stella più vicina, dove l’umanità potrebbe rifugiarsi quando la Terra sarà prossima alla fine. Ci crede Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, che sta investendo milioni di dollari.
Cento milioni di dollari per arrivare fino alla stella più vicina. È il progetto spaziale chiamato Starshot, uno dei più grandi esperimenti scientifici della storia. A crederci e a finanziarlo sono due “big” dell’imprenditoria mondiale, il miliardario russo Yuri Milner e il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg. Ma un importante sostegno viene anche dal leggendario astrofisico britannico Stephen Hawking, sempre più convinto che il futuro della nostra specie sia legato all’esplorazione spaziale: «La Terra è un luogo meraviglioso», ha affermato durante la conferenza stampa tenuta lo scorso aprile al One World Observatory di New York per la presentazione del progetto. «Ma potrebbe non durare per sempre. Se vogliamo sopravvivere dobbiamo puntare alle stelle». E le più vicine sono quelle del sistema Alfa Centauri. Più vicine per modo di dire; distano dalla Terra 4,4 anni luce, equivalenti a 40mila miliardi di chilometri. Ma Starshot conta di sfruttare una tecnologia rivoluzionaria per raggiungerle.

Una flotta in miniatura: ecco Starshot

Il segreto consiste il i lui tipo di astronavi mai viste prima. Se New Horiums, la navicella della Nasa che la scorsa estate ha mostrato al mondo le prime immagini di Plutone, era grande come un pianoforte, le future sonde peseranno pochi grammi e potranno stare nel palmo di una mano. Milner le ha battezzate “StarChip” perché saranno costituite da un unico chip, grande quanto un francobollo, ma dotato di sistemi miniaturizzati per scattare fotografie e raccogliere dati di ogni genere nonché di un trasmettitore per inviare i dati verso la Terra.

Il chip sarà collegato a una vela rivoluzionaria, fatta di materiale riflettente spesso solo pochi atomi e dotata di una struttura di supporto per mantenerla in tensione: una specie di grande aquilone spaziale. Il progetto è ingegnoso: un razzo di tipo tradizionale spedirà le StarChip nello spazio a bordo di una navicella madre, dalla quale si sganceranno aprendo poi la vela. A questo punto entrerà in azione il sistema che le spingerà verso le stelle: la propulsione fotonica, così chiamata perché sfrutta i fotoni, le minuscole particelle che compongono la luce.

A sperimentarla per prima con successo nel 2010 è stata la sonda giapponese Mann che ha raggiunto il pianeta Venere dispiegando una vela di 200 metri quadrati. Il principio di questo tipo di propulsione è semplice: come il vento fa correre sull’acqua le barche, gonfiandone le vele, così la pressione dei fotoni di luce emessi dal Sole o da altre fonti di radiazione elettromagnetica farà viaggiare gli aquiloni spaziali nel vuoto cosmico. Se la radiazione sarà abbastanza intensa, la pressione esercitata sulle vele farà loro raggiungere grandi velocità. Per spingere le StarChip verso le stelle si pensa di irradiarle con un sistema di laser ad altissima potenza installato sulla Terra: i loro impulsi consentirebbero alle navicelle di toccare in pochi minuti i 60mila km al secondo, un quinto della velocità della luce.

Alla ricerca di ET

Le minisonde sarebbero così in grado di raggiungere Plutone in soli tre giorni e Alfa Centauri in poco più di vent’anni. Un viaggio che, con gli attuali sistemi di propulsione, richiederebbe 30mila anni. In linea di principio, sostengono i suoi finanziatori, la messa a punto di Starshot potrebbe richiedere al massimo una ventina di anni. E riservare affascinanti sorprese. «La missione potrebbe per esempio rispondere alla domanda se siamo soli», ha detto Pete Worden, direttore esecutivo del progetto ed ex diretto-re del centro di ricerca Ames della Nasa. lassù, infatti, c’è la ragionevole possibilità che esista più di un pianeta simile alla Terra. E le telecamere delle StarChip potrebbero segnalarci se ospitano forme di vita. «L’umanità», continua, «procede per salti e il prossimo balzo è quello che ci porterà nel cosmo perché la nostra aspiratone è volare». Ne dovevano essere convinti anche i suoi genitori, visto che hanno scelto per lui il nome Yuri in onore di Gagarin, il primo uomo a essere lanciato con successo nello spazio il 12 aprile 1961.

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